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IL FORNO

Il forno è uno di quegli edifici che nelle diverse frazioni non poteva mancare. Della sua manutenzione ci si occupa collettivamente, come collettivamente avveniva la cottura del pane.

La costruzione è bassa e non troppo grande, in pietra e calce all'interno il pavimento è in terra battuta, al muro troviamo lunghe mensole in legno sulle quali appoggiare il pane appena sfornato.

Gli strumenti utilizzati erano la pala (per inserire e togliere il pane dal forno), un rastrello di ferro per spargere o togliere i tizzoni ardenti, e l'icoubbe, scopa di stracci usata per togliere i residui di cenere.Questa spesso prendeva fuoco e era necessario spegnerla immergendola in una fontana o in un canale, i quali si trovano, infatti, sempre nelle vicinanze.

Nel periodo estivo il forno veniva messo in funzione ogni una o due settimane; in autunno invece si faceva una grande infornata di pane, che doveva durare tutto l'inverno: lo tsalendàle. Il forno veniva scaldato con la legna portata da tutte le famiglie; al momento della prima infornata tutte le massaie portavano a cuocere le specialità del paese: la glara, la otta, ecc., che inauguravano appetitosamente questo periodo di lavoro intenso.Da questo momento in poi ognuno riscaldava il forno per il proprio pane: giorno e notte, fino a quando ogni famiglia non ne aveva abbastanza.

Le donne a casa, impastavano il pana con la pasta tolta dalla madia, dove "riposava", vi facevano un segno a croce sopra (sia simbolico che funzionale ad una migliore cottura) e lo disponevano su assi di legno (la paniera) per portarlo al forno. Ve n'erano diversi tipi: fatti con farina di frumento (la poumpina), segala, mista (le barbarià) o di orzo (la pounha): di diverse forme: in genere rotondo, di circa un kg, ma anche di forma allungata con lo zucchero (lou couloumps), a ciambella (le courdelh) o sferichee con una mela (la otta). Lo tsalendàle era un momento di festa nel quale si trovava sempre il tempo, di giorno o di notte, per mangiare e bere in allegria, aiutando nel contempo le altre famiglie nel loro lavoro.

LE FONTANE

FontanaI materiali per la costruzione delle fontane erano: il legno, la pietra, il piombo Il legno non doveva essere né troppo duro, né troppo morbido; era maggiormente utilizzato quello di larice, particolarmente indicato per costruire la vasca delle fontane rotonde perché, a contatto con l'acqua, le assi si dilatavano, in modo da non formare fessure di infiltrazione.

La pietra era più adatta per le fontane importanti, dalla forma rettangolare ed ottagonale. I tubi erano di piombo, perché esso era facilmente modellabile. Un tempo le fontane venivano usate dagli abitanti di Pragelato, sia per uso domestico, sia per abbeverare gli animali. C'era inizialmente solo una fontana. al centro della borgata, più tardi ne sorsero due o tre ai lati e, soltanto ad inizio secolo, qualche famiglia aveva un batsaséet privato.La fontana ha sempre due vasche: il bacino (basin) e il lavatoio (lavouire), L'acqua necessaria per cucinare e per lavarsi veniva prelevata con secchi direttamente dalla bocca del tubo (duse). Il basin era costantemente pulito affinché l'animale, ogni volta che usciva dalla stalla, potesse andare a bere. Il bestiame vi beveva soltanto durante l'estate, all'andata o al ritorno dal pascolo. Nelle stagioni fredde, invece, bisognava andare alla fontana con i secchi e portare nella stalla l'acqua: la sera per il mattino e il giorno per la sera, perché era necessario che l'acqua fosse intiepidita (qui fousse routte), cioè a temperatura ambiente, in modo che non facesse perdere il latte a?lle mucche.

FontanaIl lavatoio serviva per molti usi: per lavare le patate piccole (lou balin), raccolte in autunno che, separate da quelle medie e grandi, venivano date da mangiare agli animali, soprattutto al maiale e al pollame.

Al lavatoio ci si recava anche per sciacquare la biancheria Il bucato non veniva fatto durante la stagione estiva a causa delle numerose e simultanee occupazioni di campagna. I panni sporchi, accumulati durante l'estate in uno stanzino posto all'ingresso della casa (l'bouie), erano trattati prima in casa, nella lesivoe, contente acqua, cenere e fatta bollire sulla stufa. Quando poi la tela era sgrassata, le donne andavano al lavatoio, la strofinavano e la sciacquavano.

In ogni frazione, in autunno venivano tosate le pecore e a lana veniva lavata alla fontana. Questa, inizialmente, veniva messa dentro una gerla e fasciata più giorni a mollo con della cenere o liscivia, affinché perdesse la lanolina, poi si andava alla fontana. Qui veniva stesa sull'asse della lavouire, a mucchi, battuta più volte con un pezzo di legno, per pulirla da ogni residuo di sporco, e più volte risciacquata. Questo lavoro, svolto tra ottobre e novembre, durava quindici/venti giorni, poiché ogni famiglia possedeva cinque o sei pecore e altrettanti tagli di lana.

Una volta ucciso il maiale, le donne pulivano al lavatoio le budella (lou buaou) di questo animale. Lo svuotavano lo lavavano e lo mettevano ad asciugare, per poi insaccare il salame, la settimana successiva.

Al lavatoio, infine, veniva inumidito l'icoubbe, uno straccio attaccato ad un manico molto lungo. Questo attrezzo, bagnato, serviva per togliere la brace che si formava all'interno del forno, quando lo si accendeva per fare il pane. Le ceneri calde talvolta attizzavano il panno, perciò bisognava ritornare velocemente alla fontana per spegnerlo ed evitare incendi.

Come si può capire, la fontana ero molto frequentata, perciò veniva pulita anche due o tre volte al giorno: chi, per l'uso, l'aveva sporcata, si sent?iva in dovere di svuotare le vasche e di ripulirle.

LE MINIERE

La miniera del Bet

Il cammino della calcopirite:

Lago del Bet Il cammino lungo la mulattiera che state percorrendo è lo stesso che, nella seconda metà dell'ottocento, compiva la calcopirite a dorso di mulo, scendendo dal colle del Bet (m 2785)nei pressi del quale erano situate le gallerie d'estrazione del minerale.

Dai Forni di San Martino (m 2320) veniva poi trasportata con slitte e carri, sempre trainati da muli, a fondovalle, alla Fonderia della Tuccia. Il trasporto del minerale risultava lento e faticoso, a causa delle condizioni meteorologiche spesso avverse. Tale problema, che fu sempre centrale per queste miniere ad alta quota, venne quasi definitivamente risolto, solo un a trentina di anni più tardi, con la costruzione, nel 1898, di una avveniristica teleferica per il solo trasporto di materiale. Per gli uomini che lavoravano al Bet, trecento circa a quell'epoca, la via di comunicazione con il fondovalle continuò ad essere la mulattiera.

Forni di San Martino - Fusione della Calcopirite:

La calcopirite grossolanamente frantumata veniva arrostita a 600 - 700°C e liberata da gran parte delle impurità in particolare dallo zolfo. L'odore prodotto doveva essere mefitico, ma il minerale risultava alleggerito e più facilmente trasportabile a valle.

Là,presso la Fonderia della Tuccia, il materiale ulteriormente surriscaldato ad una temperatura di 1200°C ed insufflato, veniva fuso dando rame puro al 98%. Questo tipo di lavorazione, finalizzata alla produzione di rame metallico, venne abbandonata alla fine dell'ottocento, in quanto risultò più redditizio utilizzare il minerale per la produzione di solfato di rame e acido solforico.

Fonderia la Tuccia:

Fonderia la Tuccia Costruita nel 1866, costituiva il punto di arrivo del minerale. Qui veniva frantumato e lavato, prima di essere spedito ai vari mercati. Il nome Fonderia non era che un precedente toponimo dei sito, relativo ad un impianto industriale, del quale non si è ancora trovato traccia.

Antiche miniere:

Già l'uomo primitivo utilizzava la calcopirite per ottenere rame. Con esso fabbricava armi e utensili, forgiandolo a colpi di martello. Gli antichi Egizi producevano e utilizzavano il rame già nel IV - III millennio a. C. per fabbricare stoviglie, oggetti di culto, di arredamento e di ornamento.In Europa si cominciò a produrlo e utilizzarlo dal 2200 a.C. Benché alcuni studiosi ipotizzino uno sfruttamento antico del rame del Bet, i primi documenti scritti, che citano miniere di rame situate in questa zona sono di epoca medievale. I primi sondaggi documentati al Bet risalgono al 1790 circa, ad opera di un capitano dell'esercito sabaudo, nativo di Massello (comune sotto il quale si trova porre delle miniere), mentre la scoperta del filone principale, sotto il colle del Bet da parte di un abitante di Troncea, avvenne solo nel 1850.

Genesi dei minerali:

Il minerale di rame, la calcopirite, si trova nel sottosuolo sottoforma di ammassi lenticolari, con le prasiniti a tetto, il tutto incluso nei calcescinti. Il giacimento principale affiora a sud est del colle del Bet, sul versante di Massello a 2833 m per poi inabissarsi rapidamente nel sottosuolo, puntando decisamente in direzione ovest, verso il versante di Troncea. Il minerale affiora in altri tre punti a quote comprese tra i 2920 e i 2250 m. Sembra che il minerale si sia formato circa 135 - 170 milioni di anni fa, nel periodo Cretaceo dell'era Mesozoica, quando le Alpi si stavano ancora formando sul fondo dell'imme?nso oceano di Tetide. Immaginate sul fondo dell'oceano piccoli camini vulcanici, pieni di magmi caldissimi (500°C circa). L'acqua del mare, estraendo in contatto con il magma, all'interno dei camini, ne asportò gli ioni metallici di ferro e di rame (lisciviazione), i quali risalirono lungo i camini stessi e al contatto con l'acqua fredda in sommità del Ghinivert, precipitarono, depositandosi sul fondo marino sottoforma di calcopirite.

Caratteristiche del minerale:

Colle del Bet La calcopirite, solfuro doppio di rame e ferro, si presenta in massa compatta, di colore giallo ottone e lucentezza metallica. La calcopirite del giacimento del Bet ha un tenore in rame del 3,5% e di zolfo del 49,1%.

Gli uomini della miniera:

Il primo vero tentativo di sfruttamento razionale delle miniere del Bet avvenne attorno al 1860, ad opera del cavaliere Pietro Giani, impresario tagliapietre, associatosi, dopo pochi anni, con il francese Jacques Guilmin, esperto minerario. In quel periodo furono costruite tre gallerie oltre il colle, la strada carrettabile e la mulattiera che le raggiungevano e le baracche per l'alloggio dei minatori. Anche la Fonderia della Tuccia e i Forni di San Martino sono di quegli anni. L'impresa fallì attorno al 1870, soprattutto a causa degli eccessivi costi di trasporto, dovuti all'alta quota delle miniere. Nel 1890 le miniere vennero rilevate da una società italo - francese, la compagnia Rami e Zolfi, di Pinerolo, che cercò di rinnovare a livello industriale gli impianti, occupandosi principalmente del problema del trasporto ad alta quota. Si realizzò a tal fine una nuova galleria che consentiva trasporti interni, evitando neve e maltempo, e una nuova e avveniristica teleferica che raggiungeva, in due tratti, la Fonderia della Tuccia a valle.

La costruzione delle gallerie:

Nella polveriera veniva custodito l'esplosivo (polvere nera o cartucce di dinamite), utilizzato per l'abbattimento della roccia. Questa operazione, la più delicata e pericolosa dell'intero ciclo lavorativo, era affidata ai minatori più esperti, che praticavano, in punti strategici della parete di fondo della galleria, dei fori lunghi fino a due metri, e li riempivano poi con l'esplosivo. Ogni serie di cariche (colata) era dotata di micce di lunghezza diversa o accese in tempi diversi, per poterle contare a distanza quando esplodevano e controllare che nessuna rimanesse inesplosa. L'esplosione del fronte minato detta brillamento della volata, era l'ultima operazione eseguita da un turno di lavoro: prima dell'arrivo degli operai del turno successivo trascorreva così un certo lasso di tempo utile ad evacuare i fumi dello scoppio a lasciare depositare la polvere e ridurre il rischio di esplosione e crolli inattesi. Per praticare i fori nel fronte di roccia i minatori usavano, fino alla fine dell'ottocento, attrezzi manuali: incidevano la roccia con una barra di ferro, detta barramina, foggiata ad un estremo a scalpello tagliente, battendo all'altro estremo con la mazza. Per picconare e abbattere il minerale, utilizzavano invece il piccone da galleria. Da quando nel 1899, fu realizzata la centrale elettrica a valle, alla Fonderia della Tuccia, si utilizzarono, per forare il fronte, perforatrici elettriche a percussione a rotazione.

Galleria Santa Barbara:

Dentro la miniera: i minatori erano sottoposti ad un lavoro massacrante, portato avanti per tutta la settimana, domenica compresa, per circa 12 ore al giorno, retribuito miseramente e per di più pericoloso a causa di possibili crolli ed esplosioni. L'aria era spesso irrespirabile a causa della polvere e dell'areazione insufficiente e il buio era solo in parte rischiarato dalle lampade ad olio che avevano un'autonomia di circa un'ora e producevano un fumo grasso e tossico, che anneriva viso e mani. Fuori da?lla miniera: il trasporto del minerale a valle veniva compiuto, fino alla fine dell'ottocento, con i muli, lungo una mulattiera coperta di neve per molto mesi dell'anno. I minatori poi, vivevano per lunghi periodi vicino alla miniera (in baracche) perché le loro case a valle erano troppo distanti. D'inverno il freddo era insopportabile (poteva raggiunger i 20°C sotto zero), la n/p abbondante ed il pericolo di valanghe incombente.

Galleria Bernard - la galleria di raccordo:

La galleria Bernard, detta anche galleria nuova, venne costruita tra il 1888 e il 1902. Fora la montagna pressoché orizzontalmente , in direzione est verso il Vallone di Massello, che sta oltre il collo incontrando il filone di minerale dopo circa 500 metri di sviluppo. Negli ultimi anni di attività furono scavati,a partire da questa galleria, cunicoli inclinati, detti rimonte o discenderie, che la collegavano alle altre, poste a livelli superiori. In questo modo anche il minerale estratto più a monte poteva essere trasportato in interno con la decauville, ferrovia a scartamento ridotto su cui correvano vagoncini, che nelle rimonte o discenderie erano azionati da argani.

Leggende del Bet:

Le miniere del Bet, ad una quota cosi elevata, cosi isolate, sono da secoli circondate da un'aura magica: su di esse esistono molte leggende, che raccontano di tesori e metalli preziosi? "Da un'esile polla, nascosta da una roccia a forma di chiocciola, presso il lago Mogiour, il più grande dei sei, l'acqua scaturisce goccia a goccia in una vaschetta di pietra ove si disseta il viandante. Ma di notte il lento gocciolio si trasmuta, alla luce della candela in un favoloso stillicidio di lacrime d'oro. Eppure la ricchezza così a portata di mano è difficile da conquistare il capriccioso sortilegio, che tramuta il liquido in aureo metallo, impone che questo venga tutto raccolto prima che la fiammella si estingua. Complice il vento impietoso che costantemente si intrufola fra l'arida cima del Bet e le scure pareti de?ll'Eiminal (Bric Ghinivert), nessuno fino ad oggi è riuscito nell'impresa di cogliere il tesoro." (Jean Jalla, "Leggende delle Valli Valdesi")

La Valanga del 1904 La morte di 81 minatori:

Monumento ai caduti del Beth " Da diversi giorni nevicava e la neve sempre più aumentava d'altezza, i minatori che si trovavano al di qua del Bet, sul versante della Troncea, temendo il pericolo dell'approssimarsi di una valanga, decisero di scendere a valle e nonostante il direttore, ingegner Rodriguez, dalla Fonderia, telefonicamente, li sconsigliasse, il mattino del 19 aprile 1904 si misero in viaggio verso Troncea. Alle ore undici due valanghe quasi contemporaneamente si staccarono, la prima dal Bric di Mezzogiorno e la seconda dal Gran Terminale (Ghinivert). Quest'ultima fu di proporzioni così grandi che travolse ogni cosa: baraccamenti, palizzate, antivalanghe, teleferiche? Non ci fu scampo: travolti i minatori in marcia e quelli nelle baracche." (Testimonianza del superstite G. San Martino di Salza di Pinerolo, raccolta da M. Mensa in "Pragelato, notizie storiche" ed. Alzani )

LE FORTIFICAZIONI

Batteria del Monte Gran Costa (2615 m)

 Batteria Gran Costa Risale agli anni 1888/89 ed era costruita sulle pendici del Monte Gran Costa e di fronte alla Batteria Mottas. Constava di un vasto baraccamento e un magazzino per le artiglierie. Le due Batterie (occidentale ed orientale) poste in barbetta sui due lati opposti del pianoro (quattro cannoni da 15 GRC/Ret, due da 9 A?RC/Ret, quattro da 12 GRC /Ret) erano collegate da camminamenti coperti e interrotti da un piccolo edificio per il caricamento dei proiettili. Una polveriera sotterranea, con intercapedine, era ricavata nel terrapieno. La caserma poteva ospitare una guarnigione di 300 uomini. Lungo il trinceramento si trovava una stazione ottica (un eliografo), che era collegata con il Forte di Fenestrelle e il Gran Serin. Il complesso, mai utilizzato in battaglia, fu smantellato tra il 1915 e il 1928. Si possono ancora vedere i ruderi dei baraccamenti, i magazzini per le artiglierie con archi a tutto sesto, i basamenti semicircolari delle batterie, enormi terrapieni ancora intatti, nonché il luogo dove sorgeva una ridotta settecentesca, demolita dai francesi.

Baraccamenti del Faussimagna (1819 m)

 Baraccamenti_Faussimagna Il complesso logistico, installato alla fine del 1800, si snoda sulle praterie del vallone del Faussimagna. Comprendeva un padiglione per l'alloggiamento di 170 uomini, un magazzino e due scuderie. Esistono ancora vistosi ruderi degli edifici.

Batteria del Mottas (2550 m)

L'opera, situata a circa 1 Km dalla Testa dell'Assietta, sulle sponde del lago omonimo e in direzione del Colle del Lauson, fu realizzata negli anni 1888/89. La fortificazione, disposta in barbetta, era protetta da un terrapieno e parapetto in mura tura; ospitava in un'unica piazzola quattro cannoni da 15 GRC/Ret su affusto da difesa, e su due piazzole laterali cannoni da 9 AR/Ret. Dal piazzale sottostante si scendeva alla polveriera sotterranea ricavata nel terrapieno e nascosta da una postierla. Sono ancora visibili le banchine di tiro e alcuni terrapieni difensivi della Batteria, che era puntata sull'alta val Chisone e l'alta valle di Susa. Poteva disporre di una quarantina di? posti, in baraccamenti ben nascosti al tiro nemico, situati nel sottostante vallone di Faussimagna.

Ricoveri Moucrons (2507 m)

Poco sotto la punta del Moucrons, a quota 2473, ci sono due ricoveri realizzati dagli alpini nel 1888/89.

Caserme del Morefreddo (2769 m)

Sul dosso arrotondato omonimo, posto sullo spartiacque di confine fra i Comuni di Massello e Pragelato, si trovano i ruderi di alcune caserme militari.

Ricoveri e bunker Monti Blegier e Genevris (2381/2533 m)

 Genevris Nel Gran Bosco di Salbertrand, che si estende per buona parte nella val di Susa, poco sotto il Colle Blegier, si trovano i ruderi dell'ottocentesco ricovero del Serzaret, e lungo le pendici del Genevris, a quota 2514, altri ricoveri: cinque baraccamenti eretti dagli alpini nel 1889 per alloggiare 220 uomini e un magazzino. Sulla cima del monte c'è anche un ricovero-osservatorio. Lungo le sue pendici, prima del Colle Costa Piana, si trovano tre bunker del 1939, che facevano parte dello sbarramento arretrato.